Canotti: Cronache di burocrazia ed utopia

Se c’è una cosa che unisce Sassuolo e Castellón, oltre alla … devozione per smalti, argille e feldspati, è la capacità ormai secolare di trasformare la polvere (atomizzata, per lo più) in design da copertina, o la sensazione di trovarsi seduti su un enorme polveriera, dove al posto della polvere (da sparo, in questo caso) c’è un bombolone. Di gas, non alla crema.
Nelle ultime settimane, le delegazioni dei due distretti ceramici per antonomasia, i più famosi del mondo, sono più volte volate a Bruxelles, con una missione che somiglia molto a quella di chi cerca di convincere un arbitro a fischiare la fine del primo tempo mentre sta già perdendo 4-0. Purtroppo la differenza è che qui il campo di gioco è l’Europa, e la posta in palio è la sopravvivenza delle decine di migliaia d posti di lavoro diretti ed indiretti, assicurata da atomizzatori, essiccatoi e forni. Il nemico giurato? facile, ovviamente il famigerato sistema ETS (emissions trading system, of course). Per i non addetti ai lavori, l’ETS è quel meccanismo europeo che dice: “se vuoi emettere anidride carbonica, o biossido di Carbonio, o CO2 beh… devi pagare”. Volendo fare gli spiritosi, è un po’ come andare in palestra e dover pagare una tassa extra per ogni goccia di sudore prodotta. Si fa fatica, insomma, e si paga pure per farla (oltre alle quote di partecipazione, si intende).
Produrre una piastrella perfetta, una lastra resistente e bella da far invidia ad una cava di Carrara, è diventato più complicato che spiegare a un adolescente perché non può stare con lo smartphone in mano a tavola.
L’idea di base, come tante che sono venute nei decenni da Bruxelles e Strasburgo, in fondo è nobile: spingere le industrie a diventare sempre più ‘green’, che, anche se l’Europa stabilisce un limite massimo di gas serra che le industrie energivore (come cementifici, acciaierie e, appunto, ceramiche) possono emettere ogni anno, questo tetto si abbassa col tempo sempre di più per costringere tutti a inquinare meno.
Un celebre racconto di Edgar Allan Poe, ‘Il pozzo ed il pendolo’ usò questa metafora (con il grande Vincent Price dalla spaventosa voce nel film di Roger Corman) come ‘conto alla rovescia’ in attesa della (sperata) salvezza dalla terribile Inquisizione. Il problema è che la tecnologia è in una fase di stallo, non ci sono all’orizzonte sistemi industriali che riducano drasticamente i consumi.
La richiesta è semplice: un po’ di tregua, un “time-out” tecnico per evitare che il distretto ceramico diventi un grande parco a tema di archeologia industriale. Sassuolo e Castellón non vogliono smettere di essere verdi, vogliono solo comprensibilmente evitare di finire al verde.
Ogni azienda ha dunque bisogno di un “permesso” per ogni tonnellata di CO2 emessa, alcuni di questi permessi venivano regalati in passato, ma ora le aziende devono comprarne sempre di più all’asta.
Se un’azienda è bravissima ed inquina meno del previsto, può vendere i suoi permessi ‘avanzati’, se invece inquina troppo, deve comprarne altri da chi li vende.
Il problema, come sottolineato vigorosamente da Ascer (l’associazione ceramica spagnola) con i suoi calcoli invero approssimativi (stime tra 100 e 160 milioni di Euro di extracosti) e dalla controparte di casa nostra, che invece ha preferito non menzionare numeri a sproposito, è che – mentre la nostra ceramica cerca di diventare “eco”- il resto del mondo continua a fregarsene piuttosto altamente, anche se da molte parti si installano impianti di proporzioni colossali (da noi fisicamente improponibili) con indubbie efficienze specifiche, ma con enormi impatti assoluti in termini ambientali, e soprattutto quasi sempre sprovvisti degli indispensabili sistemi di filtrazione degli effluenti gassosi, o di adeguati impianti di depolverazione (tanto che a Morbi c’è la silicosi, da noi scomparsa decenni fa).
La crisi dei prezzi scatenata dalle tensioni belliche in iran — che ha trasformato il mercato energetico in un ottovolante giornaliero senza cinture di sicurezza — ha fatto sì che il costo di quelle quote di emissione sia diventato una beffa permanente in stile ‘cornuti e mazziati’.
I produttori non hanno certo chiesto la luna. La richiesta è stata semplice ma chiara: sospendere o eliminare il sistema ETS per il settore, o almeno congelarlo finché il mondo non decide di darsi una calmata.
Immaginiamo la scena negli uffici della Commissione Europea: da una parte i funzionari con le loro cartelline blu con le stellette dorate, e con le proiezioni sulla neutralità carbonica entro il 2050; dall’altra, gli industriali di Sassuolo e Castellón che spiegano che, a furia di pagare quote, l’unica cosa che rimarrà neutra, nel senso di azzerata, sarà la cassa delle imprese e, purtroppo, l’occupazione.
Il tono della richiesta oggettivamente non è stato polemico, ma venato di quel pragmatismo tipico di chi sa che per cuocere una piastrella servono circa 1200° Celsius, e che quei gradi non si ottengono con forni da pane, o soffiandoci sopra con tanto amore.
Serve gas, e, se il gas costa come il vino pregiato anche –ma non solo -a causa delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, e in più ci devi pagare sopra quella che è di fatto la “multa” per produrre CO2, una tassa da mezzo euro al mq come ordine di grandezza medio tendenziale, allora il “made in Europe” ceramico rischia di diventare un ricordo del passato, dove solo pochi monopolisti sopravvivranno, e sappiamo che si tratta di aziende che si contano sulle dita di due mani al massimo.
Gli industriali della ceramica hanno fatto notare una cosa ovvia: la concorrenza extra-UE ci guarda e ringrazia. Il fatto che gli indiani di Morbi siano stati costretti a fermare quasi tutti per almeno un mese non ci deve soddisfare, ‘mal comune mezzo gaudio’ è soddisfazione da poco.
L’associazione ceramica è stata particolarmente incisiva: “non stiamo chiedendo di inquinare, stiamo chiedendo di poter competere”, che significa: “se chiudiamo noi, le piastrelle le comprerete comunque, ma arriveranno da chi della CO2 se ne infischia altamente”. Cioè da ogni parte del mondo.
Ironia della sorte, l’industria ceramica moderna è davvero incredibilmente avanzata digitalmente e tecnologicamente rispetto a solo 20 anni fa, eppure l’Europa la tratta come se ci fossero ancora vecchie fabbriche dell’Ottocento. Queste c’erano sì, soprattutto in Francia, Germania e UK, ma sono state quasi tutte praticamente già spazzate via dalla loro arretratezza e mancanza di competitività.
Manca insomma il tempo di inventare un forno che funzioni davvero senza far costare un metro quadro di pavimento come un intero attico a Manhattan. Altrimenti, gli yankees non ci vedranno più in fiera a Las Vegas o Orlando, ed accoglieranno solo asiatici o sudamericani. In futuro qualche africano, anzi arrivano, con il supporto cinese arriveranno presto.
Cosa succederà ora? la speranza è che i ‘decisori’ europei capiscano che proteggere l’industria non significa tradire il pianeta, ma permettere a chi il futuro lo costruisce già da decenni di continuare ragionevolmente a farlo senza accelerarne l’estinzione, manco fossero dinosauri a cui manca solo il meteorite.

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